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Prefazione

di Simone Perotti

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Nell’orgia dell’informazione contemporanea ogni notizia si diluisce. La rapidità con cui ogni novità viene raccontata non fa che aumentare l’alibi di chi dovrebbe utilizzarle. Tutto sommato, dopo un fatto clamoroso, non capita mai nulla. O almeno, la velocità dei media ci impedisce di constatarlo. A chi vuole passare oltre indenne di fronte a dati preoccupanti o accadimenti che suscitano raccapriccio e reazione, basta continuare a surfare tra giornali, radio, siti internet, magari affaccendato in tutt’altro. In questo modo, però, l’aggiornamento perde ogni efficacia e l’informato diventa sordo.

Il guaio, naturalmente, non dipende dalle fonti ma ha radici nel pubblico. Chi l’ha detto che dobbiamo esporci a tutte queste notizie? Sapere tutto su tanto è cosa che serviva quando i media erano pochi e riferivano poco. Oggi occorre saperne di più su meno temi, focalizzare la nostra (scarsa) attenzione solo su ciò che ci interessa. L’enorme diffusione dei mezzi e dei dati impone che noi si diventi specialisti. Ma per specializzare occorre abbandonare qualcosa. Un problema serio: cosa mi interessa, a cosa dunque posso disinteressarmi? Buio pesto. La cifra distintiva del pubblico di questa epoca non è affatto che la comunicazione è mediocre, ma che il pubblico ignora cosa lo appassioni, col risultato di farsi ipnotizzare dalla cronaca.

Il libro che qui ho l’onore di introdurre è perfetto per chi abbia davvero voglia di saperne di più, di riflettere, di approfondire e utilizzare concretamente le informazioni per cambiare ora, per perseguire adesso una vita diversa. Il che, come noto, è teoricamente il desiderio di molti e praticamente il programma di pochi. Però si confà con il mio modo di vedere le cose. Soprattutto su un punto, che trovo ontologicamente fondamentale: il cambiamento avverrà per iniziativa individuale e non collettiva.

Qualche anno fa mi è capitato di accorgermi che dovevo darmi una mossa. Avevo raggiunto un buon livello professionale, avevo pubblicato tre romanzi, conducevo imbarcazioni a vela. Non potevo lamentarmi. Ma non ero libero. Molte persone avevano gerarchicamente potere su di me. Vivevo dove dovevo e non dove mi sarebbe piaciuto. Guadagnavo denaro che non mi serviva. Compravo male. Frequentavo persone che altri avevano scelto per me. Ma come, non ero un benestante? Non ero una persona fortunata rispetto a tanti altri? Forse non c’era da stare così allegri come pensavo. Potevo, e dovevo, fare molto di più. Potevo e dovevo cercare un benessere diverso, più adatto a me, più dimostrabile, più concreto. Dovevo cercare l’autenticità, la libertà, e il limite del denaro, delle convenzioni, non era così insormontabile. In fondo, non credevo affatto che qualcuno potesse cambiare il mio mondo. Questa fiducia illusoria l’avevo perduta da tempo. Dunque cosa aspettavo? Una maggior tutela dell’ambiente, pur senza essere un radicale ambientalista, poteva diventare parte della mia cultura quotidiana. Una vita più sobria, meno schiava del lavoro e del denaro, pur senza essere un monaco, poteva essere vissuta anche da me, non solo dagli eroi politici o dai filosofi del passato a cui guardavo con ammirazione. Solitudine, meditazione, introspezione, spiritualità non erano facoltà riservate agli eremiti orientali. Scrivere non era la mia vera, unica e grande passione da sempre? La pratica e lo studio della cultura marinara non era forse ciò che maggiormente amavo? Potevo, dunque. Dovevo!

Forse adesso è più chiaro il significato di questo mio breve intervento. Permea le righe di questo libro qualcosa che io e i suoi autori abbiamo decisamente in comune: il consolidato sospetto verso la teoria e un profondo amore per l’azione. L’efficacia del meccanismo del consenso su base democratica, nell’atto del cambiamento, è messa a repentaglio dalla tendenza alla teoria che molti manifestano sotto forma di discussione perenne. Gli autori sono convinti, invece, ben oltre le esplicite affermazioni a riguardo, che non saranno media e politici ad utilizzare fattivamente informazioni e volontà per agire adesso, senza indugio, e smuoversi dal penoso torpore in cui versa il nostro mondo. Bensì ognuno di noi, da soli o aggregati che siamo. Intendo dire che mentre il nord ovest del pianeta discute e si accapiglia sul come, sul quando, sul dove, tante persone abbandonano il loro divano, si alzano, si mettono a fare quel che da anni dicono che vorrebbero fare (o che “il mondo” dovrebbe fare). L’azione, a volte, riesce ancora a superare la cultura. E a stupire.

Questo libro, ne sono certo, diventerà un punto di riferimento, e per due ragioni: la prima è che costituisce forse lo stadio d’arrivo più aggiornato sui dati che descrivono il disastro che abbiamo costruito e che chiamiamo impropriamente “mondo del benessere”. Il secondo è che l’excursus olistico che compie in maniera trasversale dall’ambiente alla tecnologia, dagli stili di vita alle scelte possibili, è un quadro molto efficace: quanto occorre sapere circa le motivazioni dell’urgenza del cambiamento.

Gli autori hanno capito una cosa importante: Siamo qui. E moriremo, come non fossimo mai stati. Nel frattempo, tuttavia, dobbiamo dare dignità alla nostra vita, renderla straordinaria operando. E siamo anche liberi di scegliere, possiamo decidere ogni giorno cosa fare, come farlo, quanto spingere sull’acceleratore. Come interpretare la nostra contemporaneità. Come contribuire alla crescita o alla decrescita. Per queste ragioni questo libro non è facilmente collocabile. È un saggio, è un breviario, è una esortazione in continuo, secerne ottimismo accanto alle peggiori notizie e suggerisce preoccupazione accanto a ciò che conforta. Parla di filosofia, tutto sommato, nel senso più presocratico del termine. Oggi fare i filosofi ha molto a che fare con le energie rinnovabili.

Se fossi in voi, lettori che siete giunti al termine di questa prima pagina, sostituirei la lettura di questo libro a molte letture ammalate da orfico e vano istinto informativo. Anche per questo, con convinto orgoglio, ho accettato di introdurlo.

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